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23 Gennaio 2008

Le navigazioni da Odisseo a Wittgenstein

Articolo tratto dalla conferenza di Massimo Cacciari "La metafora del Viaggio"

Argomento: Filosofia

Bologna, Biblioteca di S. Domenico - 22 Gennaio 2008

Il tema è il viaggio. La biblioteca monumentale della chiesa di San Domenico piena, molte persone sono in piedi tutt'intorno agli scaffali. Massimo Cacciari inizia a parlare in una sala silenziosa e attenta, davvero una calorosa accoglienza per il filosofo veneziano.

Colui che si appresta a salpare è, questa sera, nientemeno che Ulisse. Egli a malincuore vuole partire per la guerra, lasciando il figlio in fasce e Penelope, la sua donna. Viene costretto dall'intuito di Palamede alla partenza: la sua finta follia viene smascherata ed è portato a fermare l'aratro ed a prendere le armi. Questa partenza significa molto per il filosofo che guarda alle vicende omeriche come alla storia che si cela dietro al mito. Ulisse, allora, diventa l'uomo che abbandona la follia del pensiero che non crede in sè e diventa colui che salpa da una terra che non c'è più (il mito) per affidarsi a ciò che prima non era noto (il pensiero discriminante). L'Arché è l'inizio sconosciuto al mondo antico che, proprio per questo, vive nella follia da cui non può uscire senza saperne, senza teoria. Ma, avverte Cacciari, il viaggio della filosofia non è ricerca di una causa sensibile.

Allora capiamo subito che questo primo viaggio a vele spiegate, la prima navigazione dei greci che è fondativa tanto per Platone quanto per Aristotele, non può bastare. Ecco che Ulisse intraprende un secondo viaggio che lo porterà, attraverso i nostri sensi, alla scoperta dell'anima. A chi nel mondo antico criticava la possibilità di conoscere alcunché, Platone risponde con il concetto di reminiscenza; sappiamo cosa stiamo cercando, eppure lo dimentichiamo ogni volta. Le vicissitudini della vita ci portano, come un vento contrario, su altre spiagge, in altri porti rispetto a ciò che ancora ricordiamo essere il nostro fine. Questa è la faticosa seconda navigazione, a braccia, quando in vento non c'è.

Ma questo è l'ultimo approdo? No, manca la tensione verso il bene. Platone prova ad arrivare al bene, mentre attraverso i dialoghi scritti dall'allievo si Socrate emergerebbe che il maestro non compie questo passaggio. La chiave qui è comprendere che mai si dà separazione tra sapere (nus) e sensibilità. Platone ancora si mette su una nave, ma qual è il porto, qual è il fine? Agaton lo traduciamo con bene, ma significa ciò che sta oltre. Questa è la terza navigazione verso l'oltre: non hai casa che possa tenerti legato (è chiaro il riferimento nel Simposio, ma anche altrove).

Nel mondo e nel linguaggio contemporanei, l'Ulisse di Joyce fa genialmente questo passaggio: il viaggio verso l'oltre è lo sprofondamento nel linguaggio, nulla c'è per l'esserci (nel senso proprio che questo termine viene usato da Heidegger) se non il proprio linguaggio. L'oltre non è altro che il linguaggio stesso. Da questo punto di vista l'Ulisse di Joyce è - per Cacciari - una grande testimonianza dell'evoluzione filosofica che si contraddistingue dallo stare nel linguaggio avendolo trovato come limite del conoscere.

Ma Ulisse com'è inteso da un altro grande della cultura, Dante Alighieri? Cacciari fa una grande manovra di avvicinamento. Ci ricorda il segno distintivo, che spesso dimentichiamo, della religione cristiana: Gesù dice "Io sono la via di verità e vita". Ci sono questi tre passaggi: Via, Vita e Verità. Oppure: Il regno è entos umon, dentro di voi, e non in mezzo a voi, come spesso viene tradotto. Tale interpretazione ci servirà a comprendere meglio la meta che Dante ci propone.

A questo punto il filosofo conclude l'intervento con un'interpretazione originale della Divina Commedia. Dante non fa punire Odisseo per la sua sete di sapere, per la sua smania smisurata di conoscere oltre il limite dell'umano. Nell'inferno dantesco Ulisse paga non la sua menzogna nel portare a termine la disfatta di Troia, con la quale suggella l'inizio della sua odissea, non la sua arroganza nel voler vincere attraverso l'inganno, nel voler espugnare i segreti e i limiti del mondo attraverso il logos. Tutt'altro!

L'inganno dell'Ulisse dantesco (e del mondo classico, forse) è che si pone come guida, ma non lo è. La sua odissea è un andare all'infinito che non può mai diventare Logos. D'altronde, Dante non è uomo che abbia timore a superare i limiti del conosciuto, egli che nel suo viaggio arriva addirittura a guardare nel raggio divino senza distoglierne lo sguardo: Sembra strano che proprio egli collochi all'inferno Ulisse per avere sfidato i limiti dell'immanente confidando nel Logos. Il logos, per Dante e per la tradizione cristiana che radica nelle parole di S. Giovanni, è il Logos. E' proprio qui la differenza tra un viaggio che ha una meta ed uno che è solo un viaggiare a cui manca il limite estremo che rende il viaggio degno di essere affrontato. Ulisse semplicemente non può intraprendere il terzo viaggio, non ne ha i mezzi, rimanendo in un gioco senza sbocchi.


Ciò che Massimo Cacciari tenta di costruire in quest'ultimo passaggio del suo intervento, o forse solo ci permette tale possibilità, sono due parallelismi: uno per principio impossibile tra l'ultima odissea conclusasi tragicamente e il viaggio dantesco, che termina nella visione dell'etterna luce, in cui il volto umano si ritrova indovato; l'altro parallelo sembra esserci tra Dante, che ci mostra la possibilità di giungere al divino, e la scoperta moderna dei limiti del linguaggio: questa sfida è preclusa all'uomo che non vede la verità, sia essa la scoperta di Dio entos umon, sia la navigazione dell'uomo moderno, che scopre i limiti della conoscenza e supera così l'illusione di una possibilità infinita di sapienza.

 

di Paolo Ferrante
Redazione ASIA


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