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30 Maggio 2012

Un Medioevo culturale?

Cosa fa somigliare la nostra epoca culturale a quella di Dante? Regge davvero un simile paragone?

Mentre una serie di forti sismi e una gravissima crisi economica riempiono gli spazi dei media e della quotidianità della maggior parte di noi, crediamo faccia bene tornare a parlare anche dello stato di salute della cultura europea, e in particolare di quella italiana; la parola 'cultura', così legata etimologicamente ai campi, e quindi a un nutrimento che, se disponibile, davvero permette la crescita interiore di ogni uomo, non dovrebbe essere relegata a privilegio, non solo economico, ma addirittura intellettuale - come se si potesse permettere una riflessione a riguardo solo chi non avesse preoccupazioni di altro tipo. E questo perché cultura è tutto ciò che, in una società, determina anche la reazione di quel determinato gruppo umano allo sconosciuto, all'irrimediabile, al tragico, che si tratti di stravolgimenti economici o naturali; essa cioè determina il grado di sopportazione e di dignità entro il quale si muove la maggioranza delle persone, sia nel pieno dell'emergenza che nella fase - che pure arriverà - del cambiamento in positivo, della stabilità, della ricostruzione.

Torniamo quindi alla notizia culturale più importante degli ultimi tempi, per sondare il livello di profondità (e quindi di forza) della cultura europea ed italiana: la Divina Commedia, fiore in versi unico al mondo, sbocciato peraltro su suolo italico e quindi da secoli motivo di orgoglio per il Belpaese, tempo fa è stata fatta oggetto di una feroce critica, culminata con il 'consiglio' di eliminarla dai programmi scolastici - suggestione a cui, fortunatamente, il Ministro Profumo ha risposto con fermezza e che altri (dal premio Strega Edoardo Nesi al presidente di Gaynet Franco Grillini) hanno commentato con sdegno e incredulità. L'accusa all'opera dantesca? Contenuti "omofobi e razzisti", poiché l'autore precipita nel proprio Inferno i sodomiti e il profeta Maometto. Fin qui, la vicenda sarebbe solo grottesca; forse folle, ma ci si potrebbe ancora permettere di voltare pagina limitandosi a una smorfia di disgusto. E invece non lo si può fare. Perché ad avanzare questa assurda proposta è stata l'organizzazione non governativa no profit Gherush92, incaricata nientemeno che dal Parlamento Europeo di 'illuminarlo' riguardo questioni di nicchia quali i diritti umani e la cultura. L'attacco alla Commedia, insomma, è serissimo, e arriva direttamente dal cuore politico di quell'Europa che Dante stesso aveva preconizzato e auspicato, un giorno, unita.

Ora, non ci si dilungherà sull'intento francamente stupido (non c'è altro aggettivo) di giudicare moralmente e socialmente un'opera letteraria del primo Trecento applicando canoni vigenti sette secoli dopo: sarebbe un'imperdonabile perdita di tempo, sia per chi scrive che per chi legge. Non sarà nemmeno il caso di chiedersi perché iniziative tanto palesemente prive di senno debbano essere retribuite dai cittadini europei; ci asterremo ugualmente dal sottolineare come, all'interno dello stesso Parlamento Europeo, figurino individui e forze politiche dalle posizioni come minimo discutibili su diritti degli omosessuali e interculturalità, o come, almeno in Italia, contenuti omofobi e razzisti siano stati sbandierati per anni proprio da coloro che decidevano, fra l'altro, le sorti di scuola e pari opportunità… Tutto questo all'inizio del Terzo Millennio, in un'epoca di decadenza che in molti hanno definito "Nuovo Medioevo", cioè paragonandola in senso spregiativo all'era di Dante.

Invece è opportuno chiedersi: regge davvero, questo paragone? In cosa consiste la decadenza del nostro tempo, tale da accostarlo al Medioevo? Dal punto di vista culturale ed educativo - poiché di questo aspetto ci stiamo occupando -, salta subito all'occhio un aspetto: risultano oggi totalmente assenti punti di riferimento in grado di sostenere un'idea di studio che lo valorizzi al di là di una sua applicabilità, e quindi della sua possibile trasformazione in denaro: "capitalizzabilità", "spendibilità", "certificabilità" sono parole di cui si nutre l’attuale pedagogia; non ci si stupisce, dunque, che la possibilità di riconoscere un'opera d'arte (per sua natura non spendibile), e quindi di farla capire e apprezzare alle giovani generazioni attraverso lo studio, venga totalmente meno. Era così anche nel Trecento? Allora, certo, pochi avevano la possibilità di accedere ai testi, antichi e non; tuttavia, quei pochi avevano chiara coscienza della grandezza e dell'enorme importanza della cultura per la crescita interiore dell'individuo: studiare elevava lo spirito, innalzava l'uomo all'esplorazione del divino e quindi di se stesso (in quanto Sua creatura). Oggi perlopiù fa sorridere la fede cieca in un assoluto cui tendere, anche attraverso la cultura, ma è pur vero che se gli uomini del Medioevo, leggendo certi capolavori alla luce di questa tensione, non si fossero sentiti come nani sulle spalle di giganti, sarebbe stato impossibile il passaggio dall'antichità ai giorni nostri di opere fondamentali per la cultura occidentale. E sicuramente oggi noi saremmo più poveri di molta di quella scienza e di quella tecnologia che sembrano ormai essere l'unico orizzonte di progresso rimasto alla nostra piccola immaginazione.

La cultura muore non quando languono i suoi genii, ma quando la barbarie è tale da provocare il loro misconoscimento. E questo sta accadendo ora, non settecento anni fa, quando il respiro interiore dell'umanità occidentale, malgrado tutto, era un po' più ampio di quello odierno. Ma dove si è perso il significato della poesia, in tutto ciò? Qual è il suo vero valore per l'essere umano? Qual è, poi, il senso che si nasconde sotto li versi strani, e che ha spinto il loro autore a scrivere una delle opere letterarie più stupefacenti di tutti i tempi? Non abbiamo più la risposta, ma ci resta la domanda. Se rinunciamo a porla con forza in vista di una rifondazione culturale, se non accettiamo di cimentarci in questo che è il folle volo della cultura occidentale d’inizio millennio, se non tentiamo di spingerci oltre le risposte più ovvie, quelle che scadono nell’ambito meramente pratico proprio di un’azienda, di una formazione sterilmente tecnica, allora il gran rifiuto significherà abbandonare l'educazione nella selva oscura in cui da troppo tempo vaga senza meta. Significherà condannare le nuove generazioni, cioè milioni di ragazzi, ad essere come noi stiamo diventando: nani, senza più un solo gigante su cui arrampicarci per vedere un po' più lontano.


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