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22 Novembre 2005

Prove di Dialogo tra Scienza e Meditazione

La Scienza e le applicazioni cliniche della meditazione al "Mind and Life" 2005 di Washington DC

La Scienza e le Applicazioni Cliniche della Meditazione” è il titolo dell’ultimo incontro pubblico organizzato dal Mind and Life Institute (www.mindandlife.org) tenutosi a Washington DC dall’8 al 10 novembre. Come di consueto in questi appuntamenti che si alternano annualmente con gli incontri nella sede di Dharamsala in India, scienziati di fama internazionale hanno presentato e discusso con S.S. il Dalai Lama, studiosi, maestri e praticanti di meditazione buddista, i risultati delle loro ricerche sugli effetti della meditazione sul corpo e in particolare le correlazioni tra stati mentali e cervello. Tra i protagonisti delle 5 sessioni di lavoro si annoverano personaggi ormai familiari al pubblico del M&L come Richard Davidson, Matthieu Ricard, Alan Wallace, Thupten Jinpa, accanto a grossi nomi della scienza medica e cognitiva come John J.DeGioia (presidente della Georgetown University), Edward Miller (Dean della John Hopkins University), Margaret Kemeny (California University), John Sheridan (Ohio University), Wolf Singer (Max Planck Institute -Francoforte) e numerosi altri. Da segnalare la presenza di padre Thomas Keating dell'ordine Cistercense, che ha portato un significativo contributo al dibattito. 

La meditazione come pratica terapeutica scientificamente accreditata
Il crescente interesse dimostrato negli ultimi 10 anni dalle neuroscienze e dalla medicina per la pratica meditativa –nato in gran parte dal lavoro di Francisco Varela e sostenuto dall'opera instancabile di Adam Engle, promotore e fondatore del Mind and Life Institute- ha portato oggi allo sviluppo e alla sperimentazione di diverse MBCT (Meditation Based Cognitive Therapy) che dimostrano ormai con ragionevole certezza, le potenzialità terapeutiche della meditazione nel trattamento dello stress, del dolore e di un ampio numero di malattie croniche, dalle cardiopatie alla depressione.
La ricca partecipazione dell’establishment scientifico e accademico registrata nei giorni scorsi all’edizione 2005 degli incontri di “Investigating the Mind” (http://www.investigatingthemind.org) e l’interessante dibattito portato avanti con il Dalai Lama e il suo entourage da immunologi, cardiologi, neuroscienziati, psichiatri e psicoterapeuti, possono considerarsi come una meritata certificazione dell’accreditamento a livello internazionale della meditazione come pratica terapeutica dagli effetti misurabili e significativi. La soddisfazione con cui il prof. Luigi Luisi, biochimico dell'Università di Roma 3 -tra i primissimi sostenitori e relatori di queste iniziative- ci ha raccontato dell’evento, è una riprova del fatto che un simile risultato rappresenta un significativo passo avanti nel dialogo tra scienza ed esperienza in prima persona in quanto, sino ad oggi, la comunità scientifica per lo più ha tenuto relegata ogni pratica ad essa estranea nel limbo della superstizione, del folklore o peggio della stregoneria e del plagio. 

La lunga strada del dialogo 
La strada da percorrere verso un vero e proprio dialogo tra scienza e meditazione è però ancora lunga.
Da un lato infatti, non bisogna dimenticare il clamore che ha suscitato, solo 2 giorni dopo l’incontro di Washington, l’intervento del Dalai Lama al congresso della Società di Neuroscienze, dove 500 scienziati hanno firmato una petizione per impedire al capo del popolo tibetano in esilio di parlare al congresso con la motivazione che la sua relazione “avrebbe potuto compromettere il rigore scientifico e l’obiettività del convegno, non essendoci rapporti tra meditazione e scienza”. [virgolettato da “Repubblica” del 14/11/05]
Dall’altro c’è da sottolineare che la domanda di fondo “cosa è mente?” soffre di due limitazioni che la meditazione può aiutare ad affrontare. La prima è una limitazione metodologica: per studiare la mente occorrono soggetti sperimentali capaci di stabilizzare la propria esperienza conscia, e in grado di riferirla con precisione; in questo senso gli studi su soggetti addestrati alla meditazione sono una grande risorsa (anche per le neuroscienze, che possono fare affidamento su dati precisi e replicabili). La seconda limitazione, ben più rilevante a nostro avviso, è di tipo epistemologico: sino ad oggi in Occidente la domanda sulla natura della mente cosciente è stata affrontata esclusivamente dal punto di vista scientifico, ovvero in terza persona, riducendola inevitabilmente a un oggetto misurabile e registrabile, lontano dalla nostra esperienza conscia; la meditazione può aiutare a prendere in considerazione – in modo serio e rigoroso –  l’aspetto mentale nella sua esperienza più peculiare, ovvero quella che facciamo in prima persona, non oggettivabile proprio perché eminentemente relativa al soggetto che fa esperienza.
La logica sottesa alle ricerche condotte sinora è stata quella di scoprire cosa succede nel cervello quando il soggetto vive una certa esperienza o svolge un certo tipo di attività mentale e in che modo ciò che accade in questi casi possa contribuire ad un percorso di salute e guarigione. L’oggetto di osservazione è quindi il cervello in primo luogo, e poi le varie relazioni organiche con il sistema immunitario, cardiocircolatorio ecc. nella convinzione –sostenuta con diverse accezioni e sfumature- che mente e corpo costituiscano una unità inscindibile. Perciò se scopriamo come funzionano i correlati neuronali dell’esperienza meditativa che i buddisti chiamano “compassione” o di uno stato che consideriamo come “felicità”, possiamo facilmente scivolare nella credenza di aver definito come funzioni e reazioni biochimiche questi stati mentali. Questo può accadere ancora più facilmente se ci accorgiamo che la stimolazione che produciamo nelle aree preposte alle funzioni di “felicità” o di “consapevolezza” del cervello generano nel soggetto una condizione piacevole che lo allontana dalla sofferenza psichica.
Ma è davvero questo il segreto della felicità e della consapevolezza di sé? La stimolazione di un’area cerebrale? 

La meditazione come terapia dei significati 
Per alcuni versi questo approccio può essere un dato positivo che, inserito in un contesto terapeutico condotto da specialisti seri, può fornire risultati incoraggianti per la cura di diverse patologie legate alla sofferenza psichica. Un esempio nei giorni scorsi lo ha dato Helen S.Mayberg presentando i suoi ultimi studi sulla depressione e, indirettamente, ogni psicofarmaco che agisce sulla mente attraverso meccanismi biochimici ne dimostra l’efficacia.
Ciò che però trascuriamo in questi casi è che la meditazione (quella buddista nello specifico) non è una cura per il cervello e non risolve il rapporto con la sofferenza stimolando la produzione di sostanze biochimiche. Questo è solo un effetto collaterale di una indagine esperienziale condotta sul piano del significato dell'evento doloroso e sulla sua realtà. Se la morte di una persona cara comporta sofferenza, meditare su questa sofferenza non vuole essere in primo luogo il tentativo di stimolare sensazioni positive ma piuttosto vuole essere il tentativo di penetrare il significato della morte come fatto strettamente legato all'esistenza umana, alla sua caducità e comprendere quanto da questo deriva per stabilire un rapporto non illusorio con ciò che siamo.
Equiparare l'assunzione di una pillola alle pratiche di consapevolezza in virtù del fatto che gli effetti sul cervello sembrano essere gli stessi rischia di essere un inconsapevole atto di riduzionismo dell'unitas complex mente-corpo al solo elemento fisico, trascurando completamente l’esistenza di una mente, di un soggetto che abita questo corpo e che si pone delle domande sulla propria natura. 

La situazione è evidentemente ancora variegata, non omogenea e in via di ridefinizione. Il lavoro da fare per intavolare un vero dialogo tra scienza e meditazione è ancora lungo e difficile, soprattutto se si considera che le preclusioni di molti scienziati non sono venute meno neppure di fronte alle grandi aperture del leader buddista Tenzin Gyatso – Dalai Lama -  che al suddetto convegno della Società di Neuroscienze ha dichiarato: “Qualora la scienza dimostrasse che qualche principio del buddismo è sbagliato, allora il buddismo dovrebbe cambiare. Dal mio punto di vista, infatti, scienza e buddismo condividono una medesima ricerca della verità e comprensione della realtà”.

Domenico Canzoniero

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