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17 Aprile 2020

"Il rito della nascita": un film di Frédérick Leboyer

Il rito della nascita è un film degli anni Ottanta. Lo vidi per la prima volta in Svizzera a Zinal, in occasione di un convegno che ogni anno organizzava il mio maestro di yoga Gérard Blitz. Era un raduno a cui partecipavano persone da tutto il mondo e ogni anno veniva proposto un tema. Quell’anno era dedicato allo yoga in relazione alla nascita, quindi non poteva mancare Leboyer, che presentò in anteprima questo film… senza dire nulla! Lui era così! Quando lo presentò, si limitò a farlo proiettare, rimase in silenzio e andò via. La mattina successiva avevamo con lui una lezione di canto carnatico e io gli feci delle domande sul film – che a me, la prima volta, non era piaciuto molto. Io non avevo ancora partorito, però gli dissi che, secondo me, questo film dava un’illusione che il parto fosse un evento semplice. “Non è così,” mi rispose, “riguardalo!”. Me lo sono riguardato, ci siamo rivisti, e ho fatto altre domande sullo stesso tema. E lui: “Riguardalo!”. E questo è andato avanti a lungo: a ogni nuovo seminario, a ogni mia ulteriore domanda, lui rispondeva: “Riguardalo!”

Effettivamente in tutti questi anni l’ho riguardato tantissime volte, per farlo vedere alle donne in gravidanza e nei corsi di formazione insegnanti. E che cosa è successo? Che alla fine ho cominciato a capire, e ora so che Leboyer aveva ragione. È un film che andrebbe visto in silenzio e guardato tantissime volte. Però le donne in gravidanza come fanno? Hanno solo nove mesi, e forse nemmeno: non c’è il tempo di vederlo tante volte. Allora io ho scelto di fare in quest’altro modo: parlarne. Questo non toglie che Il rito della nascita vada guardato tante volte, in silenzio. È come un’opera d’arte: non c’è niente messo lì per caso. Ogni fotogramma ha un significato, ed è qualcosa che deve affiorare nel tempo. Vorrei però mettere in luce alcuni punti che ritengo fondamentali.

Innanzitutto questo è un film reale, nonostante la protagonista – qui è molto giovane – sia Pamela Villoresi, attrice. Pamela, durante la sua gravidanza, aveva studiato canto carnatico; conosceva Leboyer, che in quel periodo era affiancato nel suo lavoro da una danzatrice e cantante di canto carnatico indiana, Savitri. Durante la prima parte del film, Pamela studia con Savitri il canto carnatico assieme ad altre persone; una, prima fra tutti, è Marta Campiotti, oggi fra le ostetriche più esperte e famose in Italia, che assiste parti in casa da anni ed è veramente una persona speciale. Il suo primo libro, Nascere dolce, ha ispirato tantissime ostetriche e non solo.
Pamela, il suo compagno, Marta e altri, nella prima parte del film, studiano il canto carnatico con Savitri. Pamela è molto seria, molto intenzionata a imparare e orientata verso l’esterno.

Poi ci sono dei segnali che anticipano il fatto che il bambino sta per arrivare: un battello lascia il porto e inizia il suo viaggio, la luna piena...

La domanda che si è fatto sicuramente Leboyer è: come parlare del travaglio e del parto cercando di trasmettere che sono esperienze intense senza che questo, però, si trasformi in paura, in terrore? Come evidenziare la forza che si scatena, senza che questo degeneri necessariamente nella paura?
La risposta Leboyer l’ha trovata nell’acqua. Il film alterna fotogrammi di quello che poi diventa il travaglio e il parto con delle immagini di acqua che scorre. All’inizio vi sono delle immagini di acqua calma; poi quando il bambino comincia il suo viaggio (Pamela ancora non lo sa), appaiono piccolissime sorgenti, cascatelle. La madre ancora non ne è consapevole, ma qualcosa è già iniziato e questo è interessante: non dipende da lei, questa cosa, scoprirà di essere in travaglio solo quando sarà già iniziato.

L’altra cosa che Leboyer cerca di far capire è che ci vuole tempo: aspettare un bambino vuol dire anche aspettare che nasca. Quando Pamela coglie la prima contrazione si sente in sottofondo il canto del gallo, è mattino presto. Quando il bimbo nasce, l’inquadratura indica che è di nuovo l'alba, quindi vuol dire che sono passate 24 ore dal primo segnale alla nascita del bambino.
Quando dicevo a Leboyer che il film mostrava un parto facile, ovviamente mi sbagliavo, ma il canto del gallo, le luci dell’alba... son tutte cose che richiedono più visioni, prima che le si possa cogliere.

Un altro punto è notare il cambiamento nella direzione della concentrazione di Pamela, da quando studiava il canto a quanto si cala nella pratica perché il travaglio è iniziato. Diventa seria, concentrata e raccolta. Questa visione aiuta le donne a prendere fiducia nel fatto che, quando inizierà veramente il travaglio, loro troveranno più facile concentrarsi, rispetto a quando praticavano il canto in gravidanza.

L'altra cosa importante è vedere come non sia facile neanche per lei, nelle condizioni migliori, passare da una pratica comunque acquisita, appresa, al “lasciar fare”. Infatti cosa fa? Dal un punto di vista del corpo si vede che lei, man mano che il travaglio avanza, cerca posizioni adatte, cambia, si sposta... ma resta ancora molto ancorata alla tecnica del canto, e forse questo è uno dei motivi per cui il travaglio dura a lungo. Non lascia fare, fa ancora qualcosa. Se al momento del travaglio e del parto si cerca di applicare delle tecniche, anche se vengono da una pratica come lo yoga e il canto, non si sta più ascoltando, non si lascia fare. C'è un momento dove si ha l'impressione che addirittura Pamela torni a cantare guardando qualcuno: non si vede chi abbia di fronte, se Savitri o qualcun altro, ma l'impressione è che stia cantando con qualcuno, non è più neanche raccolta. Finché, a un certo punto, capisce che così non va, anche perché nel frattempo le contrazioni si fanno sempre più forti. Da cosa lo capisce chi guarda il film? Dall'acqua che, da cascatella, diventa più forte, più forte. Pian piano quest'acqua diventa sempre più forte, fino a cascate potentissime. L’acqua evoca la potenza che si scatena nel travaglio senza far emergere la paura del dolore. Ciò che emerge è la grande forza, e non il dolore, e questo è molto importante.

Pamela è ancora calma e concentrata, la potenza aumenta, però il bambino non arriva. E quando arriva il bambino? Quando, nella fase finale, si vedrà che dalle cascate sempre più alte si passa alle immagini delle onde oceaniche, che simboleggiano il momento in cui inizia la sensazione delle “spinte”. E nella fase finale Leboyer filma queste onde da sotto, come per dire: “È più grande di te, devi mollare! Se continui a tenere non ce la puoi fare, perché è più grande di te”. Coincide proprio col momento della resa della donna: si capisce che è sopraggiunta la resa perché Pamela smette completamente di usare il canto nel modo tradizionale e lascia uscire suoni finalmente suoi, che attingono ovviamente al lavoro fatto in gravidanza sul respiro addominale, sulla gola aperta, la bocca aperta, il suono lungo... ma non può più essere quel canto praticato in gravidanza, perché non si tratta più della gravidanza. Proprio quando lei cede e lascia che esca la voce spontanea, non più controllata, dopo poco il bambino arriva.

È l’abbandono che le fa trovare una forza incredibile. Pamela, per rispetto, non viene ripresa durante le contrazioni, ma durante le pause. Anche dalle pause si vede che il suo viso alla fine è molto affaticato: è molto provata. Nel momento in cui lei si abbandona, l’abbandonarsi e il trovare forza diventano inseparabili. Questa resa non è "sconfitta": è proprio una forza potentissima che viene fuori nel momento in cui lei cede e trova le forze per alzarsi a quattro zampe. Cedere non è essere sconfitti, ma lasciare esprimere questa forza interiore: da sdraiata, ad un certo punto si solleva, diventa una leonessa, trova una forza che non viene dal controllo, ma dalla sapienza che la abita.

Molto bello è anche il fatto che, nonostante si colga che ci sono persone in casa con lei, Pamela viene lasciata molto tranquilla.  Infatti le gestanti, ogni volta che vedono il film, commentano: “Ma che solitudine!". Pamela non era sola, però non viene mai disturbata, il che è diverso. È solitaria, ma non sola. Attinge a se stessa.

Infine, la nascita e il lungo guardarsi negli occhi tra mamma e bimbo. In silenzio, in penombra. Nessuno dei due sorride: hanno lo stesso sguardo stupito, permeato di domanda. Totale stranezza, totale sacralità.
Solo dopo, una volta entrambi lavati e vestiti... un leggero sorriso.
Sacralità della nascita.


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