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11 Aprile 2007

Il Sacro o la dimensione simbolica

Argomento: Filosofia

Lezione di Umberto Galimberti alle Vacances de l’Esprit 2006

Parte 1 - Parte 2 - Parte 3 - Parte 4

Bene, la filosofia con Platone fa questa prima grandissima operazione: si esce dal linguaggio simbolico e si entra nel linguaggio razionale, dove la vulva è la vulva e non è altro, la fossa è la fossa e non è altro e tra le due non c’è alcuna connessione. Platone può essere considerato il filosofo che ha posto le basi discorsive del linguaggio occidentale, basi discorsive di natura razionale regolate dal principio di non contraddizione o principio di ragione.

Eraclito fa molto bene questa distinzione in un suo frammento, là dove dice: “Il Dio è giorno e notte, sazietà e fame, inverno e estate e si mescola a tutte le cose assumendo di volta in volta il loro aroma”. Appare qui l’indifferenziato, la contrazione di tutti i significati, l’antecedente della ragione, l’impossibilità di intendersi: questo è il linguaggio del Sacro, è quello sfondo pre-umano, da cui l’umanità per nascere ha dovuto emanciparsi.

Noi possiamo dire che l’umanità nasce quando fuoriesce dal simbolico ed entra o nella forma codificante dei miti e dei riti o nella forma supercodificante della ragione e del principio di non contraddizione. L’umanità nasce quando si separa dall’indifferenziato, esce fuori e nell’indifferenziato istituisce le differenze, per cui una cosa è se stessa e non un’altra, per cui si parla e si capisce cosa si dice e in questa maniera si garantisce la tranquillità del comportamento, dell’attesa, della prevedibilità, l’univocità del linguaggio. Qui nasce l’uomo, la prima codificazione è rudimentale, è quella dei Vacandi

che stabilisce delle connessioni tra le cose attraverso momenti rituali. Tutto il gioco, il ripetuto rituale che nessuno ascolta, è per ribadire quotidianamente i codici linguistici e comportamentali. Il rito è questo e la religione che vuole contenere il simbolico, il sacro, l’indifferenziato non può che istituirsi come rito, come ripetizione perenne dei codici. Per cui tutti coloro che dicono: ”Ma in chiesa la domenica si sente sempre la stessa cosa!”. Bene, giusto, perfetto, esatto, è così! La chiesa deve ripetere le stesse cose; non è un varietà, è un codice dell’anima, per salvaguadare l’anima dall’implosione nell’indifferenziato. Sempre Eraclito dopo aver detto che “il Dio è giorno e notte, inverno ed estate, sazietà e fame” ci dice che l’uomo - e qui pone la differenza radicale tra l’umano e il divino - ritiene giusta una cosa e ingiusta l’altra, ecco qui la differenza! Per il Dio tutto è bello, tutto è buono, tutto è giusto e siamo di nuovo nella dimensione dell’indifferenziato. Così sono andate le cose nella storia dell’umano e non chiedetemi quando, dove e come; lasciamo l’argomento agli storici che non hanno dimestichezza con questi scenari, perchè la storia è storia umana e quindi non ha nessuna parentela con la dimensione antecendente l’umano. Quando ho “parlato male” di Dio, di Gesù Cristo, del Cristo immagino di aver suscitato anche delle reazioni che non possono trovare esplicazione in una domanda, in un argomento. In ciascuno di noi c’è nel fondo un rifiuto di ascoltare un discorso del genere, perché tutti abbiamo qualche sfondo simbolico e siamo grati alle religioni che ce l’hanno contenuto.

I sacrifici, le preghiere non servono per ottenere qualcosa dagli Dei, da Dio, dal Sacro, ma servono a tenere lontano il sacro, perché l’irruzione dell’indifferenziato nell’ordine delle parole, dei nomi è il disfacimento, lo smarrimento della ragione. Noi siamo soliti chiamare lo smarrimento della ragione follia e possiamo fuoriuscire dallo scenario antropologico ed entrare in una dimensione individuale fino a quella dimensione che si chiama follia. Conosciamo la follia in due accezioni che Platone ci indica molto bene: la follia come trasgressione delle regole della ragione (e per ragione intendo un procedere per differenze, definizioni, determinazioni di significati); chi non sta alla ragione è folle e questa è una follia, cioè follia come trasgressione della ragione. Ogni regola prevede una deroga ovvero ospita la possibilità della trasgressione. E’ la follia che conosciamo tutti, la follia di cui si occupano Foucault, la psichiatria, i manicomi, gli psicofarmaci. E’ la follia che Platone chiama pandemia popolare, diffusa, la follia trasgressiva. La chiamiamo follia numero due, ma al di sotto della ragione e della follia, c’è la follia numero uno e questa è la dimensione sacrale, del sacro. Il sacro è l’indifferenziato, da cui la ragione ci emancipa instaurando le differenze e, a differenze instaurate, all’interno di queste ci sono le possibilità di trasgressione. La ragione è una emancipazione dall’indifferenziato. L’uomo è una emancipazione dal sacro e dal divino, è un venir fuori da questo scenario. Quando è fuori, può trasgredire lo scenario della ragione e compiere atti di follia come semplice deroga dalle regole. C’è poi una follia originaria che è l’antecedente l’umano, il mondo degli dei, il mondo del sacro, che ci abita e sottolineo, che ci abita. Non ci sentiamo mai emancipati definitivamente da questa dimensione, essa è il nostro costitutivo e ce la portiamo dentro in ogni momento. Da qui ciascuno faccia le sue riflessioni e partiamo da una proposizione un po’ forte che metto qui non tanto per provocare, quanto per evidenziare piuttosto la struttura in piccolo e in modo grossolano. Partiamo quindi dal concetto che ciascuno di noi è folle, cioè nuota nell’indifferenziato, fa connessioni di pensieri che non sono assolutamente giustificate e visualizzate in termini razionali. Per avere la prova di questa follia che ci costituisce è sufficiente che si faccia riferimento alla nostra singolarità: quando siamo soli, pensiamo per nostro conto, produciamo immagini, connessioni di significati, associazioni, passaggi tra uno scenario e l’altro. Facciamo una passeggiata in solitudine e lì tocchiamo la nostra follia, perché quando l’uomo è solo ricade nell’indifferenziato e si assorbe in questi suoi pensieri che stabiliscono dei rapporti non razionali, dei passaggi non logici, dei significati non consentiti dal principio di non contraddizione e dal nesso di causalità, cosicchè se uno dovesse in quel momento parlare con noi, ci guarderemmo bene dal riferire quel che abbiamo pensato. Ci vergogneremmo di riferire quel soliloquio dell’anima che conduciamo ciascuno per se stesso e quella vergogna è l’interdetto della ragione: se non vuoi essere giudicato folle, non dire cosa stai pensando nella tua solitudine.

Il luogo della ragione è il plurale. Singolare e plurale, i verbi del nostro linguaggio, sono costruiti così: nel plurale noi ci produciamo secondo le regole della ragione, il plurale è assoluto, privo di valenze simboliche, non c’è un sovrappiù di significato.

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Tratto dall'articolo IL SACRO o LA DIMENSIONE SIMBOLICA, trascrizione di una lezione di Umberto Galimberti alle Vacances de l'Esprit 2006 e comparso sulla rivista Antiche e moderne vie d'illuminazione, periodico dell'associazione ASIA, nel n. 27 Dicembre 2006

 


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