asia
29 Aprile 2007

Il Sacro o la dimensione simbolica

Argomento: Filosofia

Lezione di Umberto Galimberti alle Vacances de l’Esprit 2006

Parte 1 - Parte 2 - Parte 3 - Parte 4

Quando parliamo per gli altri ci produciamo in un discorso razionale non riferendo i nostri interiori pensieri, non riferiamo le associazioni che andiamo facendo man mano che pensiamo da soli e ci produciamo in un discorso a tutti comune: “logos koinon” diceva Eraclito, non c’è nessuna valenza simbolica. Immagino che sia faticoso capire cos’è un simbolo, nonostante io abbia parlato dei Vacandi e delle bandiere, dei tricolori, per cui faccio un ulteriore riferimento. Prendiamo una pagina poetica di Leopardi: “dimmi che fai tu luna in ciel”. Guardata da un punto di vista razionale, questa è la frase di un matto, perché si sa benissimo che cosa fa la luna in cielo e un astrofisico potrebbe benissimo spiegare a Leopardi che cosa fa la luna in cielo: la domanda è del tutto superflua, non ha nulla di poetico. Ma allora perché poetica? E’ poetica perché esce dal razionale. Quando pronunciamo quella frase, fuoriusciamo dal razionale, carichiamo la parola luna, che vuol dire luna e non altro, di un eccedenza di significato, di un più di significazione. Come si legittima razionalmente la domanda di Leopardi? Togliendo la parola luna dal suo significato razionale, immettendola nello spazio del sacro, dell’indifferenziato, del confusivo. Confondere è fondere insieme due significati; in quel momento nasce il poetico, il quale è discorso folle dal punto di vista della ragione. E’ questo anche il motivo per cui Platone, che inaugura la ragione in Occidente, dice: “i poeti vanno espulsi dalla città perché il loro linguaggio non è razionale”. Sovrapporre i significati vuol dire mettere insieme significati che di per sè non starebbero insieme e non appena io metto insieme dei significati, fuoriesco dalla definizione, dalla determinazione, dalla differenza tra le parole ed i significati, ed entro nella sfera simbolica o nella sfera poetica. “Poiein” in greco vuol dire produrre e i poeti sono produttori di significazione. La poesia è una produzione di eccedenza di significati rispetto ai significati stabiliti. E’ per questo che nei confronti delle poesie c’è sempre una sorta di ambivalenza, nel senso che è facile leggere un saggio, ancora più facile leggere un trattato di fisica ma se ci accostiamo al poetico c’è un certo sommovimento, perché stiamo uscendo fuori leggermente dallo spazio della ragione e incominciamo a sentire una certa inquietudine o addirittura un rifiuto. Nietzche dice: “i poeti mentono troppo”, ribadendo il modello Platonico dell’eccedenza dei significati che i poeti precedono.

Cos’è questa eccedenza dei significati? Un congedo dallo spazio della ragione e un’immersione nel sacro: follia numero uno, ovvero tutti scriviamo poesie. Ma cosa vuol dire scrivere poesie? Non certamente sfogarsi, perché per sfogarsi bastano i diari. Scrivere una poesia significa mettere per iscritto l’eccedenza di significati che le cose assumono per noi, un’eccedenza di significati che non possiamo comunicare all’altro, se non creando nell’altro una certa sospettosità circa il nostro stato mentale e allora ci produciamo poeticamente. Le poesie per una certa diffidenza non le facciamo leggere, oppure al contrario, se proprio non ce la facciamo più, invadiamo gli interlocutori con i nostri brani poetici. C’è sempre questa eccedenza di significazione veramente inquientante che ci porta nella sfera dell’indifferenziato, del sacro, del Dio, degli dei. Nella follia originaria si muore. I bambini che devono ancora arrivare all’età della ragione, i poeti, i folli, noi stessi ogni volta che sognamo siamo nella follia. Il sogno è una follia, perché nel sogno collassa il principio di non contraddizione, di identità, per cui quando sogno sono io e non sono io, sono maschio ma sono anche femmina, sono giovane ma sono anche vecchio. C’è il collasso del principio di non contraddizione che è il principio della ragione. C’è il collasso del principio di causalità, per cui invece del principio di causa/effetto, ci troviamo a vivere il rapporto effetto/causa. C’è il collasso del tempo, per cui uno sogna cominciando all’epoca della rivoluzione francese e finisce ai giorni nostri in 5 minuti. C’è il collasso dello spazio, per cui incominciamo il sogno nella casa della zia e ci ritroviamo a Manhattan. Collassa tutto l’ovvio della ragione, ma se la ragione collassa tutte le notti, questa è la prova provata che la follia è il nostro costitutivo. Noi siamo la follia, noi siamo il sacro, noi siamo l’indifferenziato. Aristotele diceva: “nell’individuo non c’è sapere” perché il sapere è possibile solo quando la legge scientifica formula qualcosa che vale per tutti gli enti che condividono una certa natura. Ma le regole che noi poniamo non valgono: noi per esempio non siamo enti che possono essere assimilati e classificati nello stesso genere. Questo può accadere ad un livello generalissimo: siamo viventi, siamo bipedi, ci muoviamo in modo verticale e non proni come gli animali, ma fuori da questo cosa ci accomuna, cosa ci differenzia oltre al corpo? Qui dico oltre al corpo, ma poi vedremo che la follia è esattamente il corpo. Oltre al corpo che cosa ci differenzia se non la nostra rispettiva follia? Perché gli uomini non si intendono? Perché la mia simbolica non è la tua simbolica? Perché i popoli non si intendono? Perché la simbolica di un occidentale non è la simbolica di un islamico, non è la simbolica di un cinese? Perché l’altro è davvero un altro? E tutti coloro che dicono che bisogna parlare con l’altro, intendersi con l’altro, dimenticano che poiché la mia follia non è la tua follia, tra noi possiamo accostarci solo a livello di mediazioni linguistiche impersonali. Io sto parlando a voi in modo del tutto impersonale. Chi è Umberto Galimberti? Chi lo sa? E’ la prima cosa che non faccio vedere. E così fate voi, ma evidentemente noi ci produciamo in un linguaggio razionale, perché questa dimensione indifferenziata, sacrale è il fondamento di quello che io ho chiamato pudore e il pudore è la non rivelazione della simbolica interiore. Io a te chi sono non lo dirò mai.

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Tratto dall'articolo IL SACRO o LA DIMENSIONE SIMBOLICA, trascrizione di una lezione di Umberto Galimberti alle Vacances de l'Esprit 2006 e comparso sulla rivista Antiche e moderne vie d'illuminazione, periodico dell'associazione ASIA, nel n. 27 Dicembre 2006


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