asia
18 Dicembre 2012

"Tragedie umane alla luce dell'oblio dell'essere"


Da Gaza a Lhasa, pellegrini nel mistero


Negli anni abbiamo proposto filmati relativi ad alcuni ambiti di sofferenza umana direttamente causata da eventi politici come accade in Tibet e Palestina.

Non intendo entrare in merito alla storia di tali popoli e dei conflitti in atto, sebbene abbia opinioni precise a riguardo, ma solo riflettere sulla natura umana alla luce dell’essere e del messaggio buddhista.
Tu che mi leggi puoi, ora, sostenere di non esistere?
No, negarlo comporterebbe il tuo aderire alla negazione, dunque comproverebbe che esisti.
Ma che significa esserci?
Adottando il linguaggio heideggeriano, essere significa differire dal mero niente.
Questa è una radicale e formidabile chiarificazione: tutti noi differiamo da niente, ossia non siamo un mero niente, bensì ci ritroviamo ad essere.
Cosa ci caratterizza?
Saperlo e patirne.
Ritrovarsi ad essere significa patire di tale gettatezza, in quanto nessuno può aver scelto di essere. Lo subisce.
Nella crudezza di tale consapevolezza ci sentiamo sperduti, non ci raccapezziamo della ventura occorsaci - d’esserci - e, incapacitati, balbettiamo un “perché…?”, “che senso ha?”.
La consapevolezza che essere significa ritrovarsi ad essere, al di là di una nostra decisione o adesione, mostra l’unità di tutti noi: ci accomuna il fatto di essere, di essere gettati nell’esistenza e di patirne.
Il Buddha affronta la nostra condizione nel Pratitya-samutpada, la “coproduzione condizionata”, dove dice che l’adesione all’esistenza attraverso la passione è uno sperato ma illusorio antidoto alla sofferta impossibilità di una risposta esistenziale (avidya, la nescienza relativa all’impenetrabile mistero del ritrovarsi ad essere).
Il Buddha dice che il desiderio (trishna), la progettualità, la passione e l’accasamento appropriativo nella condizione umana sono strategie volte a mitigare, col loro calore immedesimativo, l’irrimediabile non senso dell’esistenza, con ciò, però, vincolandoci all’illusione e all’arbitrio di ritenere nostra la prigione in cui ci ritroviamo.
Nessuno ha scelto di nascere italiano, palestinese, israeliano, tibetano o cinese. Ci ritroviamo così.
Perché ci immedesimiamo a tal punto con un destino che ci tocca subire?
Non so cosa tale inattaccabile presa di coscienza d’essere gettati nell’esistenza susciti in voi; in me s’impone un senso d’assurdo, di dis-immedesimazione dal ruolo d’uomo nazionale e storico e, al contempo, la realizzazione di una comunanza di destino di sofferenza degli esseri senzienti, sofferenza generata e nutrita dall’ottusa adesione ad un gioco mai scelto.

Nell'immagine, la Terra vista da Marte

Immaginate di ritrovarvi in un lager e di immedesimarvi totalmente nel ruolo di prigioniero o guardiano. Ma nessuno dei due ha scelto di stare là, solo vi è stato mandato a forza.
Lo stesso è con la vita.
Da cosa è tenuto acceso un conflitto?
Direi dall’incapacità di rinuncia, incapacità tutelata dalla paura e dal desiderio, ossia dalle forze che mettiamo in campo per neutralizzare i sapori del niente nelle sue voci di mancanza, limitazione, ignoranza, proibizione, frustrazione, delusione, impotenza…

Per ovviare, cerchiamo potere che si concretizzi come controllo.
Colui che ha potere teme di non averne più; chi non ha potere, ne vorrebbe per non restare in balìa.
Su cosa si poggia il nostro presunto “potere”?
Se analizziamo da vicino la questione, secondo sottigliezze di cui solo chi pratica la fenomenologia in meditazione è capace (ma che tutti possono imparare), vediamo che non possiamo nulla né controlliamo nulla.
Nessuno ha libertà di scelta.
La mia tesi fondamentale, ma che vi invito a criticare, è che ogni pensiero, ogni emozione e, di conseguenza, ogni “decisione” che ci capiti di vivere, appare spontanea, ci ritroviamo in essa senza averla scelta.
Sottolineo e specifico: non scegliamo mai nulla.
Non abbiamo scelto di esistere, di nascere in Italia, Palestina, Tibet… non decidiamo nessun singolo pensiero che ci attraversi la mente né, tantomeno, nessuna singola emozione; e un atto che non abbia a monte pensieri liberi ed emozioni valutate non è, d’altronde, distinguibile dal battito cardiaco o dalla peristalsi: non ha valore morale.
Vi invito a guardare con spirito davvero critico: siete o non siete liberi?
Accade o non accade che vi ritroviate in un pensiero o in un’emozione sempre già avvenute allorché ve ne rendete conto?
Vi ribadisco la risposta: sì, accade così. Può risultare sconvolgente per la nostra auto considerazione, ma accade sempre e solo così.
Il male, dice il Buddha, è l’appropriazione di una condizione che non ci appartiene - noi stessi non ci apparteniamo.
Questa comprensione sola è la base della non violenza.
Israeliani, Palestinesi, Cinesi, Tibetani… e tutti noi; ci capita di esistere, ci ritroviamo ad esserci non certo per scelta, ma per gettatezza nell’esistenza.
Siamo nati in quanto già Italiani, Israeliani, Palestinesi, Cinesi, Tibetani…
Siamo gettati nella nostra condizione.
Non pare assurdo immedesimarvisi tanto?

La Storia stessa va verso la piena consapevolezza dell’unità dell’essente alla luce del nostro ritrovarci ad essere.
Le rivoluzioni, i grandi movimenti per l’uguaglianza sia sociale che tra popoli, per i diritti dell’uomo e sempre più anche degli animali, sono generati e si sviluppano a partire da tale verità che, più o meno consapevolmente, tutti avvertiamo e condividiamo.
Non esistono popoli superiori, alla luce della gettatezza nell’esistenza.
E ciò non è controvertibile.
Chi pensa che esistano razze o popoli superiori o eletti, siano ariani, ebrei o han, o solo del nord rispetto al sud del mondo, sta semplicemente correndo verso il giorno in cui l’essere, attraverso la Storia, lo smentirà attraverso una dura lezione.

E neppure un Dio creatore, potrebbe stare su un piano superiore, se esistesse.
Essendo, infatti, Dio stesso sarebbe gettato nell’essere, non potendo avere senso alcuno l’auto creazione.
Anche Dio si ritroverebbe ad esistere - suo malgrado.

Proviamo a prendere coscienza di tutto ciò e a guardarci negli occhi scoprendo il gioiello che tale consapevolezza serba: la compassione per il fratello che vive la tua stessa condizione assoluta di pellegrino del mistero.
Solo in tale consapevolezza sta la fine di tutte le sopraffazioni e di tutte le Auschwitz.
Essere, significa questo.

Franco Bertossa


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