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Educare i nostri figli alla meraviglia: un nuovo valore

“Pensare” è innanzitutto porsi in rapporto con ciò che sta accadendo al pensatore. Il pensatore è l’io che ciascuno si sente essere. Si pensa in quanto in ciò che accade “ne va” del pensatore, cioè di “me”. Il rapporto dell’io con ciò che accade dipende dal sentire: da ciò che l’io sente e da come si sente.

A questo punto le vite si separano, in quanto gli "io" sentono, e si sentono, diversamente l’uno dall’altro. I bisogni e le sensibilità sono spesso a tal punto differenti da far apparire oltremodo problematica la comunicazione e la condivisione. Ma perché pensiamo in maniere tanto differenti? Forse perché sentiamo in modo differente? Io sono convinto di no: credo piuttosto che in principio sentiamo tutti lo stesso, e lo mostra il fatto che ognuno dice "io", si sente "io" e sa cosa significhi “ne va di me”. Ma la risposta a questo si differenzia nei vari "io" attraverso le tonalità emotive ed affettive.

Per guardare più a fondo occorre partire da qualcosa che, seppure tutti diano per scontato, scontato non è: il sapore emotivo che si evidenzia quando ciascuno di noi si ripiega su se stesso assaporando “io”. È facile, ma non scontato; solo assaporare quel che si sente dicendosi “io – proprio io” fa affiorare e intensificare una sorta di scottatura nel cuore: il sapore di se stessi. Ma tale sapore ha significato o è solo una sensazione? Un prurito è solo una sensazione, mentre un’emozione è una sensazione con significato, ad esempio, di amore, odio, paura, commozione, tenerezza… "Io" cosa significa? Quel che normalmente sentiamo nel cuore è solo sensazione o ha annesso un significato?

La mia tesi è che la sensazione "io", quel che si avverte là dove si porta il dito al cuore, significhi in primo luogo: "io, proprio io esisto", e ha un sapore di preziosa unicità.
Con ciò ho posto la relazione tra il sapore di "io" e il significato di "esisto". "Io" è la voce dell’essere. Il fatto d’essere si condensa nel sapore di "io".

Ulteriore tesi che sostengo e ripetutamente verifico nel laboratorio filosofico che animo da anni, è che in "io" sia ravvisabile un senso di sorpresa, molto amplificata ed evidente, ad esempio quando gli amici ci fanno la sorpresa di compleanno, quando il nostro segreto amore ci dice che anche lui o lei ci ha sempre amato, quando veniamo aggrediti o minacciati di morte… tutte circostanze in cui nell’io si mostra il sapore dell’inatteso.

Ma fin qui nulla di nuovo. Quel che vorrei proporre all’attenzione di chi legge è piuttosto il fatto che sempre “io” significhi sorpresa.
Non è possibile in questa sede esaurire un’indagine che viene svolta nel laboratorio filosofico con l’attiva e coinvolta partecipazione della persona, ma proporrò le varie tappe sperando che almeno suscitino qualche dubbio.
Dunque sorpresa… ma per cosa? Ciò che sorprende è l’inatteso. E che c’è di inatteso nell’io? Se significa “io esisto” allora l’inatteso è l’esistere dell’io.
Dunque esistere ha il sapore dell’inatteso, del sorprendente, del non scontato. Ma perché esistere è non scontato?

Serbo il commosso ricordo dell’incontro con un uomo autenticamente religioso: Padre Umberto Neri, della comunità dossettiana di Monteveglio, presso Bologna. Uomo di vasta erudizione, di profondissima cultura, di santa tenerezza, mi accolse per un incontro durante il quale ho imparato molto.
Esordii premettendo: «Padre, io non sono cristiano né religioso in senso tradizionale, perciò rivolgiamoci a ciò che entrambi possiamo condividere, l’amore per la verità, e partiamo da questo».
«Sono d’accordo,» mi rispose.
Io gli puntai l’indice in volto e gli dissi:«Padre, lei non esiste».
«No, caro, io esisto,» ribattè fermo.
«Dunque per rispondere a questa provocazione lei ha compreso il significato di "lei non esiste", lo ha compreso al punto da negare questa affermazione, palesemente falsa.»
«Sì.»
«Allora è vero che esiste, ed è falso che non esiste.»
«Sì.»
«È vero che esiste invece che non esistere; che si dà la sua esistenza e non il suo nulla...»
«Sì,» mi rispose, e mentre gli si illuminavano gli occhi aggiunse: «E ti comprendo dal profondo».
Pochi intellettuali che ho incontrato su questo tema si sono concessi a tanto.
Per Don Umberto Neri esistere non era scontato, e la luce nei suoi occhi ne era la testimonianza più credibile.

La non scontatezza dell’essere si esprime attraverso il sapore dell’io, sempre attingibile nel cuore. È l’emozione che significa “esisto invece di non esistere, e questo è sorprendente”.
La sorpresa e la meraviglia per la non scontatezza di ritrovarsi ad esistere è il principio sia del sentimento filosofico che di quello religioso.

Ho esordito dicendo che “pensare” è innanzitutto porsi in rapporto con ciò che sta accadendo al pensatore, e ciò che ci sta accadendo è di esistere invece di non esistere. Porsi in rapporto con questo fatto produce sorpresa, sconcerto, meraviglia. Talvolta inquietudine. Ma noi esistiamo sempre, sempre ci sentiamo io; aham vritti: la prima espressione della coscienza, dicono gli Indiani, e perciò sempre siamo e sentiamo sorpresa e meraviglia.
Le reazioni al fatto d’essere si dispiegano secondo la varietà dell’emotività, ma la fiamma sempre ardente nel cuore rilascia un sapore di stranezza che ci dice che non è per nulla scontato di ritrovarsi qui, proprio così, che anzi è sorprendente, meraviglioso, prodigioso.

Se questo è vero, allora siamo abitati e mossi da un significato al quale la nostra umanità va ricollegata: la meraviglia.
Allora un’educazione fondata su una certezza è possibile. Ai nostri figli possiamo dire: "Esisti! E, al di là del fatto che l’occasione del tuo esserci qui e ora te l’abbiamo fornita noi, il tuo essere è misterioso e meraviglioso. Sei prezioso e unico."
Se siamo abitati da un significato, c’è speranza.


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