Per la prima volta nella storia dell’uomo viviamo nell’assenza di assoluto. Oggi non esiste nulla di cui si possa essere convinti che sia un assoluto, un principio assoluto laico, condiviso. 

A cosa corrisponde questa assenza di un principio? Spesso corrisponde al fatto di sbandare, di essere smarriti in relazione ai momenti di niente (niente di senso, niente di soddisfazione, niente di amore, niente di futuro, niente di carriera, niente di …), di cui la vita è costellata.

Il Buddha l’ha detto in un altro modo: impermanenza, ovvero niente di permanenza, niente di sostanzialità, niente della possibilità di poggiarsi su una cosa che duri.

Le religioni sono modi elaborati per affrontare questo: la religione dà la forza per affrontare il nulla.
In generale oggi la religione non riveste più questo ruolo: siamo profughi dalle terre del senso perduto.

Ci sono due sofferenze: la sofferenza oggettiva (il mal di denti, per esempio) e la sofferenza morale.

La sofferenza morale riguarda la coscienza nel rapporto problematico col suo stesso esistere; lo smarrimento, la perdita di senso, queste sono sofferenze morali.

Cosa momentaneamente spegne questa sofferenza, cosa ci dà sollievo?
Un altro tipo di sensazione, palliativa del dolore del non senso, del dolore del niente patito. Ecco che ci si rivolge ad alcol, droghe, si eccede nelle sensazioni. Le sensazioni suppliscono momentaneamente, siccome per un po’ ci hanno fatto bene continuiamo a ricercarle. Questo è il meccanismo che il Buddha ha descritto: a ogni contatto segue una sensazione, se la sensazione è piacevole verrà desiderata, se non è piacevole si desidererà che non si ripresenti, ma se è piacevole verrà desiderato che si perpetui.

La cultura tradizionale cristiana aveva svolto una funzione di contenimento del disagio e il ‘900 aveva tematizzato questo sentire facendolo emergere come consapevolezza culturale collettiva.

A un certo punto della storia occidentale, infatti, il non senso è diventato tema culturale – in letteratura, cinema, teatro, arte – è diventato un tema collettivo, di massa. Lo definì J. P. Sartre con la “La nausea”. Sartre andò a Berlino negli anni ’30 e da lì scaturì il romanzo, il tema dello smarrimento dell’esistenza. Questo tema si diffuse maggiormente negli anni ’50, esplose negli anni ’60, il ’68 eccetera; credo che se ne sia conservata memoria fino al 1980, quando è morto Sartre. Dopo è intervenuta la scienza.

Il non senso comporta una sofferenza e va inquadrato in qualche modo. Cosa ci fa soffrire?

Se la risposta è “la mancanza di senso”, da un punto di vista scientifico si è già nel campo della metafisica.
Se si dà valore a questa domanda, si dice che ‘manca il senso profondo’, manca il senso del fatto di esistere.

La coscienza è infelice. Questo è stato il tema dei grandi decenni del novecento, emergeva come  reclamo, come voce che non era mai stata espressa esplicitamente nei secoli precedenti: manca il senso anche quando c’è tutto ciò che la vita ti può dare.

Oggi questo fatto non viene generalmente riconosciuto, non sai da chi andare quando manca il senso. Gli psicologi possono curarti quando il problema è relazionale. In Occidente, la figura capace di aiutare, di insegnare ad affrontare il non senso non esiste. Dunque siamo qui, senza pelle, senza protezione.

L’esistenza in sé rivela essere intrinsecamente vuota – e questo fa male.

Per questo oggi interpreto il buddhismo in questi termini: esiste il dolore, il dolore ha una causa ed è la mancanza di senso. Questa è la causa origine di tutte le altre cause del dolore: il vuoto di senso.

Lo si prova in particolare quando si vivono dei potenti momenti di negazione, un insuccesso, una delusione, un tradimento e ancor più potentemente col lutto. Ma lo si sente anche quando va tutto bene e quello è ancora più profondo: non manca nulla eppure mi manca tutto, mi manca il senso. Hai un bel da dire che sei figlio di Dio, che sei la coscienza eterna, Om, Hare Krishna … non funziona. Se la mancanza di senso è l’altra parte della medaglia dell’essere, allora tutto, nulla escluso, tutti gli dei, tutte le coscienze cosmiche e tutto quello che non è nulla fa parte del non senso. Questo è buddhismo. Il buddhismo interviene quanto tutte le cure umane e divine si sono rivelate incapaci di raggiungere la sofferenza umana (e divina).

Questo è il senso della ricerca, della pratica, maturare per poter fronteggiare il niente. Ho visto che si può fare; si può prendere coscienza e il prendere coscienza che sono quelle le circostanze in cui si è messi alla prova, fa sì che l’essere lucidi al riguardo permetta di attingere a tutte le forze interiori morali che hai per far fronte a quel niente. Se ciò non è tematizzato, le forze sono disperse, invece se ti dici “ecco, questo è il momento, ora parla il niente”, se ne hai consapevolezza, le forze si presentano compatte, coese; se non ne hai consapevolezza cominci a recriminare, a sperare cose insperabili, a incolpare qualcuno.

Ma cosa ci dà la forza di fronteggiare il niente? Dio? La domanda sul senso dell’intera esistenza, se riguarda l’essere, riguarda anche l’essere di Dio, questo è il punto cruciale. Allora, se nessun essente in quanto ‘differente da niente’, può in sé avere un senso intrinseco, portante, fondante, cosa succede quando il niente attaccherà? Diventeremo nichilisti.

Qui la ragione esaurisce le sue possibilità e io non mi permetterei mai di esplicitare tutto ciò se non sapessi che è possibile affrontare la questione e che per far questo è necessaria una sua profonda comprensione.

La questione dell’essere, matrice di ogni possibile dolore, va vista, compresa a fondo, e alla luce di questa presa di coscienza occorre analizzare la propria condizione esistenziale.

Questa consapevolezza non si dà sempre per tutti allo stesso momento, vale per coloro che  avvertono ora il problema. Se il problema è sentito, allora la matrice di ogni sofferenza è quella, l’impossibile senso.

Va messo in chiaro inoltre, che la consapevolezza della mancanza di senso, intrinseco al fatto d’essere, ha associata una forza. Quando tale consapevolezza si svela, si libera anche la forza ad essa associata, che è di quel genere che permette di fronteggiare il niente. Quando non troverete senso in niente, d’un tratto si risveglierà un’altra mente, improvvisamente, inaspettatamente, come una folgore. Si liberano altre forze, che sono forze così significative, che porteranno a dirimere tutti i punti irrisolti precedentemente in questo significato, che adesso include tutto e, questo significato associato alla forza che demolirà anche la sofferenza, si chiama vacuità. La vita continuerà e voi riderete e piangerete, ma non ci sarà più “quel” problema.

Non c’è superamento della sofferenza però senza che l’illuminazione sia stata totalmente sviscerata.

Nel momento in cui si vive un’esperienza illuminante, si comprende che si tratta di una cosa seria, ma non basta. Nella tradizione zen ci sono 100 koan, 100 gradini successivi, per fare cosa? Daisetsu Suzuki disse: immaginate di essere in una grande grotta totalmente buia, se qualcuno accende un fiammifero, anche se di poco, non è più buio; però, a parte quel lumicino, non vedi molto, inciampi, ti fai male, ma non è più buio. Il fatto fondamentale è la differenza tra buio e non più buio; questo dice Suzuki, è l’esperienza del sacro, non è più buio.

Dopo ci vorranno tanti altri passaggi per illuminare ogni angolo della grande grotta. Dunque non è che aver avuto un’esperienza metafisica voglia dire essere illuminati. L’esperienza va approfondita, va dispiegata, ma è indispensabile quel primo passaggio dal buio alla luce. Le cose si possono sistemare, perché la differenza tra buio e non più buio fa sì che, alla luce della consapevolezza e di quelle forze che cominciano a risvegliarsi, le cose vadano al loro posto e non ci si senta più irrisolti.

E dunque il niente fa male? Certo fa male, punto. Il superamento della sofferenza non è la cessazione della sofferenza; il superamento della sofferenza è che c’è sofferenza.

Sono cose serie, le più serie, perché includono il tutto dell’esperienza umana fino alla matrice.

Il niente non è solo la matrice della sofferenza è anche la matrice di ogni consapevolezza, di ogni sapere, dell’esperienza umana. E’ la matrice del saper d’essere, della domanda sul senso, sono cose che vanno trattate seriamente, autenticamente.

Per questo ritengo che sia una grande sfida questa del buddhismo in Occidente: in nome di cosa fronteggiare il niente? Se non c’è quel “in nome di …” assoluto, il niente non si fronteggia. Ma se c’è “in nome di …” la forza è quella speciale, eroica.

Oggi qual è l’“in nome di …”?  Non c’è più! E allora nascono i dubbi e quando arriva il niente non hai “in nome di cosa” fronteggiarlo, lo esorcizzi con un “ente”, cioè con una sensazione, lo riempi. Cosa significa l’estrema consapevolezza della questione del niente, da dove nasce, che atteggiamento avere a riguardo, che forza si radica in questo? Questa è la vera pratica, il terreno della pratica. La pratica buddhista è pratica con il niente, sulla base del niente.

Nel contesto cristiano il niente è affrontabile in forza della somma presenza, è la forza di Dio che rende capaci di affrontare il niente, ma è terribile quando si vede che neppure Dio, in quanto esistente, può rispondere alla domanda “in nome di cosa …?”.

Se “in nome di cosa …?” resta senza risposta è nichilismo.

Se “in nome di cosa …?” è colto alla luce del sapere d’essere invece che niente, allora è più forte del dolore e questo è buddhismo.

Gli occidentali nel loro patire la sofferenza, saranno anche in grado di superare il nichilismo, acquisendo consapevolezza profonda della matrice del dolore?

Il buddhismo, non fondandosi sull’ente (sia esso materia o spirito), è un messaggio attualmente ricevibile in Occidente?