Una notte il telescopio che puntava alla luna
si ripiegò su se stesso…
Mai più una luna così! [1]

La mia pratica di meditazione si svolge di notte, tra l’una e le tre. Da molti anni mi sono accorto che è il momento migliore, quando gli altri dormono ed il mondo è pervaso da un ormai sempre più raro silenzio. Allora preparo lo zafu e assaporo il momento più significativo della mia giornata. Ascolto l’immobilità del corpo, poi il fluire sempre più sottile del respiro spontaneo, poi il flusso ormai rallentato dei pensieri, e poi faccio il salto a ritroso verso il luogo più profondo ed originario di me, alla fonte della coscienza. L’immersione va a ondate: da momenti di assorbimento totale ad affioramenti in cui m’accorgo di quanto profondo fosse l’assorbimento appena precedente. Nella dimensione più originaria, che chiamo “il luogo”, diviene assolutamente evidente che la coscienza è altro rispetto al corpo. Tutto il dibattito neurofilosofico sulla coscienza appare come il gioco un po’ “limitato” di chi non dispone dello strumento essenziale per fare l’esperienza in prima persona della coscienza: la meditazione.

Possiamo immaginare le dotte disquisizioni sui corpi celesti dei sapienti pregalileiani che con l’avvento del telescopio e del metodo sperimentale vengono letteralmente spazzate via; così è con la coscienza: senza l’esperienza in prima persona, senza la meditazione, si possono solo produrre studi oggettivi (ma “oggettivo” qui non è sinonimo di “vero” come nelle scienze) sul funzionamento della mente, ma non si può assaporare l’immediatezza dell’essere coscienza e della portata ontologica di questo. Chi studia la coscienza e la mente dovrebbe farlo anche attraverso la meditazione. Purtroppo sottostiamo a dogmi e tabù e, come ai tempi di Galileo i dotti si rifiutarono di guardare attraverso il telescopio, oggi i dotti spesso si rifiutano di guardare nella direzione opposta: al centro di sé, nel non oggettivo.

I motivi di questo sono ravvisabili in difficoltà filosofiche, poiché riduttivamente si pensa che meditare sia unicamente operazione di igienismo e fitness interiore. La meditazione è nata e si è sviluppata come indagine dell’essere. Meditando ci si interrogava sul senso più profondo di sé, in senso esistenziale, non psicologico, mentre il dotto contemporaneo – il filosofo, lo scienziato – è convinto che non si possa trovare nulla di universalmente significativo ripiegando la coscienza su se stessa. Meditare è tutt’al più un momento di rilassamento, come un massaggio o riposarsi d’estate all’ombra di un albero. Reputa questo un fatto personale, privato, da cui non possa nascere un sapere generalmente valido. E se prova a guardarsi dentro lo fa cercando di oggettivare: questa è la difficoltà filosofica che deriva dall’aver relegato all’oggettività l’ambito di conoscenza valida. Ma noi dovremmo sempre figurarci nel momento estremo: la morte incombente. Quale verità varrebbe allora? La meditazione ci porta al cuore dell’esperienza di stare essendo ora come coscienza.

di Franco Bertossa  Il telescopio inverso, in «A.S.I.A. Antiche e moderne vie all’Illuminazione», n. 17/2001, pag. 1.

Note

[1] L’originale haiku dice: “Una notte il dito che puntava alla luna…”.


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