Dieci anni dalla morte del grande cantautore genovese

Davanti alla Basilica di Carignano a Genova, l’11 gennaio di dieci anni fa, erano in diecimila. Ma fu tutta l’Italia, quel giorno, a dire addio a Fabrizio De André. L’Italia che l’aveva ascoltato, criticato, adorato, attaccato a partire dagli anni Sessanta fino all’uscita del suo ultimo album, Anime salve, e che tutt’ora grattugia le sue canzoni su una chitarra a tarda sera, in una piazza di paese o di città, negli innumerevoli tributi, nelle aule scolastiche… Per ricordarlo, come in questi giorni, o più semplicemente per raccogliere le “gocce di splendore” che stillano dalla sua poesia.
Non sempre l’ha capito, questa Italia così pronta a gridare allo scandalo: non lo capì nel ’68, quando in Tutti morimmo a stento fece sfilare drogati, prostitute bambine e impiccati, né quando, in piena rivolta studentesca, incise La buona novella, rivisitazione in chiave prettamente umana della vicenda di Gesù di Nazareth; non lo capì negli anni di piombo, quando in Storia di un impiegato rifletté sulla natura illusoria del potere. E non avrebbe mai potuto comprenderlo all’indomani del suo sequestro in Sardegna, quando il cantautore ebbe parole comprensive e prive di astio per gli esecutori del rapimento, e negli anni Ottanta, all’uscita dell’album comunemente conosciuto come L’indiano, in cui la realtà sarda veniva paragonata a quella altrettanto amara degli Indiani d’America.

La difficoltà, nel messaggio veicolato dalle canzoni deandreane, è costituita dallo sguardo attraverso il quale l’ascoltatore è portato a riconsiderare se stesso e il mondo: uno sguardo onesto, pulito, disinteressato, che si propone di osservare alcune fra le realtà più dure che lo circondano, senza la rassicurante via obbligata del (pre)giudizio. Il panorama che si delinea è spesso destabilizzante: non si tratta di un “mondo al contrario”, di un’apologia buonista di derelitti e criminali, bensì (ed ecco la difficoltà) di un universo in cui le categorie di “bene” e “male”, “giusto” e “sbagliato” – prima ancora dei loro contenuti – vengono messe in discussione; componimenti come La città vecchia, Il bombarolo, Fiume Sand Creek, Via della Croce propongono personaggi coincidenti col proprio ruolo: il “generale di vent’anni/occhi turchini e giacca uguale”, così come “il Potere vestito d’umana sembianza”, sembrano esistere solo in quanto protagonisti delle proprie azioni, non avere altra natura che quella dei gesti dettati dalle loro brame. In altre parole, De André non delinea mai la colpa delle sue figure, ma fa emergere le spinte che le muovono e le illusioni nelle quali cadono: il bombarolo come Don Raffaè, Bocca di Rosa come Sidun Capudan Pascià e Prinçesa sono semplicemente quello che fanno, ritratti con una semplicità che di facile non ha nulla, e che sbalza il fruitore in un mondo pittoresco ma velato di una strana malinconia; egli si trova non tanto (o non solo) costretto a parteggiare per maschere come minimo discutibili, quanto a rimanere perplesso di fronte alle sfumature di un animo, quello umano (e quindi il proprio!), che a prima vista lui stesso avrebbe liquidato come scontatamente e generalmente “negative”.

Il confine fra intenzione e impeto si rivela sottile, così come quello fra il decidere e il ritrovarsi ad agire: in tale confine radica la compassione, ginestra il cui profumo aleggia nell’intera opera di De André e che costituisce il nucleo del suo difficile insegnamento. Difficile perché lo si può imparare solo se, oltre la testa, a pensare sono cuore e stomaco, solo se è il corpo a capire, quasi che in ogni canzone si trattasse (come in effetti è) della vicenda di ognuno, vissuta con gli occhi rivolti alla sua fine. Come altrimenti ascoltare un album quale Non al denaro non all’amore né al cielo?
Messaggio impegnativo e sfuggente, dunque, nella misura in cui ciascuno di noi ha perso il contatto con un’interiorità ridotta a spiritualismo o psicologia; anche per questo risulta impossibile, in queste poche righe, dare ragione in modo esaustivo del messaggio deandreano: qui sarà sufficiente ricordare qualche brandello della sua luce calda e discreta, che ancora ci accompagna con sempre rinnovata forza, e la fisicità della sua musica e delle sue parole – veicolo su cui la poesia torna a dire alla gente comune che è possibile (e necessario) un pensiero coraggioso, capace di autentica compassione, che attinga a una domanda davvero sincera sulla natura umana.

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http://www.fondazionedeandre.it fondazione De André

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